L’apprendimento è un processo attivo di costruzione di conoscenze e competenze che necessità di uno scambio e di un’ interazione continua. Le informazioni in entrata non vengono percepite tout court, ma devono essere assimilate e metabolizzate per produrre una conoscenza stabile e duratura nel tempo.
Questo processo conoscitivo non avviene nel medesimo modo per tutti, ciascuno ha uno “stile” di apprendimento preferenziale, che meglio si adatta al suo modo di imparare.
Il pedagogista Mariani ( 2000) definisce lo stile di apprendimento di un individuo come ” IL SUO MODO TIPICO E STABILE DI PERCEPIRE, ELABORARE, IMMAGAZZINARE E RECUPERARE LE INFORMAZIONI».
Prendiamo l’esempio di un’ipotetica classe formata da diversi studenti; all’interno di questa è presente l’alunno che ascolta la lezione dell’insegnante e, tornato a casa, ricorda le informazioni necessarie per avere un’adeguata conoscenza dell’argomento. Al contrario il suo compagno di classe potrebbe avere la necessità di una spiegazione orale arricchita da una mappa concettuale, che sintetizzi gli argomenti più importanti. Un altro studente della medesima classe, per apprendere al meglio, ha bisogno di fare un’ esperienza diretta dell’argomento attraverso laboratori scientifici, esperimenti, costruzione di modelli e produzione di elaborati.
Da ciò si comprende che, per favorire l’apprendimento di ogni bambino, è importante conoscere e potenziare lo stile di apprendimento a lui più consono.
Lo stile di apprendimento rimanda quindi alla modalità sensoriale attraverso cui percepiamo le informazioni e quindi ai canali sensoriali che ci permettono di percepire gli stimoli che provengono dall’esterno. L’accesso alle informazioni è la prima fase, indispensabile, di qualsiasi apprendimento.
Ma allora…quali sono questi canali sensoriali?
CANALI SENSORIALI
Esistono quattro tipi di canali sensoriali con cui l’informazione può essere percepita e che caratterizzano, in modo particolare, l’accesso alle informazioni (Mariani, 2000).
Canale visivo -verbale
Canale visivo non verbale
Canale uditivo
Canale cinestesico

Di seguito approfondirò la distinzione tra di loro e mi soffermerò sulle STRATEGIE di STUDIO più adatte in funzione di ogni canale sensoriale.

CANALE VISIVO-VERBALE
Gli studenti che preferiscono lo stile visivo- verbale apprendono attraverso il linguaggio scritto, cioè con attività di lettura o scrittura.
STATEGIE UTILIZZATE:

CANALE VISIVO NON VERBALE
Chi predilige lo stile visivo-spaziale impara con mggior efficacia attraverso grafici, tabelle disegni e video.
STRATEGIE UTILIZZATE :

CANALE UDITIVO
Gli studenti che preferiscono lo stile uditivo hanno bisogno di ascoltare ciò che devono imparare. Amano la lettura ad alta voce e a volte ripetono a voce alta o parlano tra sé e sé mentre studiano. Possono avere difficoltà con i compiti scritti mentre lavorano molto bene nelle situazioni di dialogo con altri studenti. Preferiscono registrare e riascoltare le lezioni.
STRATEGIE UTILIZZATE:

CANALE CINESTESICO
Chi è orientato verso lo stile cinestetico ha bisogno di toccare oggetti e di fare esperienza diretta. Questi studenti non riescono a concentrarsi se sono costretti a stare immobili per lungo tempo, quindi necessitano di più pause. Durante la lezione hanno bisogno di muoversi, prendendo appunti o necessitano di essere coinvolti in varie attività durante le lezioni.
STRATEGIE UTILIZZATE:
Vorrei concludere dicendo che l’insegnante, che meglio conosce lo stile di apprendimento dei propri allievi, potrà aiutarli più efficacemente nel raggiungimento degli obiettivi didattici. Certamente l’utilizzo di una didattica differenziata, che si avvale di diversi strumenti e tecniche, consentirà a tutti gli studenti un apprendimento efficace.
Nel prossimo articolo mi soffermerò sulle strategie più adatte e funzionali per migliorare e potenziare lo studio degli allievi con Disturbi specifici dell’apprendimento.
“Se un uomo non tiene il passo con i compagni, forse questo accade perché ode un diverso tamburo. Lasciatelo camminare secondo la musica che sente, quale che sia il suo ritmo o per quanto sia lontana”.
H. D. Thoreau

In questi giorni la diffusione del Covid-19, la paura del contagio, l’isolamento forzato e necessario e, ahimè, anche il pensiero della morte aleggiano nelle nostre menti e ci rendono preoccupati, più vulnerabili e sensibili. Anche il sonno diventa meno sereno e riposante.
Vorrei condividere dei pensieri, che da giorni, mi frullano per la testa e che mi sollecitano come terapeuta, ma anche come madre.
L’età evolutiva è, per antonomasia, l’età del gioco, della spensieratezza e delle emozioni che si esprimono in totale libertà. Ai bambini, in questo periodo, è richiesto un grande sacrificio, infatti non possono uscire all’aperto, sono costretti a trascorrere le loro giornate interamente a casa, senza la possibilità di uscire per giocare e incontrare amici. La routine quotidiana é stata completamente stravolta: niente scuola, niente amici, niente parco giochi, nessun compleanno da festeggiare…
Si aggiunge un altro aspetto con cui fare i conti; le giornate lentamente si allungano, il sole diventa più caldo, l’aria si riempie dei profumi della primavera: tutto ciò non facilita la reclusione in casa!
Dal canto suo, il mondo del Web dispensa consigli, snocciola idee e proposte per intrattenere i piccoli in casa, attraverso giochi, attività ricreative, esercizi fisici da fare davanti alla tv, laboratori di vario genere. Poi ci sono gli impegni scolastici portati avanti, per i più grandicelli, attraverso l’utilizzo di specifiche piattaforme, mentre, per i più piccoli, il lavoro scolastico segue modalità meno strutturate a livello informatico. Occorre motivare e incentivare i bambini a “fare”, per tenerli impegnati mentalmente e fisicamente, per riempire le loro giornate e cercare di “far passare” questo tempo, nella speranza che finisca il più presto possibile!

Ma come come stanno i bambini?
Che emozioni provano?
Sappiamo che nelle situazione di estrema difficoltà e di sofferenza si attivano dei meccanismi psicologici che consentono “sopravvivenza” degli individui. Mi sto riferendo a quella che in psicologia è chiamata resilienza, vale a dire la capacità di resistere, fronteggiare e riorganizzare positivamente la propria vita a seguito di un evento traumatico. Per essere resilienti non bisogna soltanto opporsi alle pressioni dell’ambiente, ma è necessaria una spinta positiva, la capacità di andare avanti, nonostante i momenti di difficoltà e di crisi.
Di fronte a una tragedia, problemi di salute, difficoltà relazioni, problemi lavorativi o una calamità naturale, la resilienza è la capacità adattarsi ai cambiamenti. Ad esempio, si può affermare che una persona possiede una buona resilienza se ha la capacità di riprendersi più rapidamente e con meno stress rispetto a una persona in cui questa capacità è meno sviluppata.
Come fanno i bambini a sviluppare la resilienza?

I bambini hanno bisogno dell’aiuto del genitore o di un adulto di riferimento per riuscire a dare un nome alle loro emozioni. Spesso quando provano disagio lo esprimono attraverso un comportamento manifesto; a volte sono agitati e distratti, oppure si chiudono nel silenzio e non vogliono comunicare con nessuno.
Se, come genitori, siete preoccupati, stanchi, tristi, non nascondete il vostro stato d’animo ai figli, pensando di proteggerli, dimostrandovi forti. Questo tipo di atteggiamento non aiuta i bambini a confidarsi, ma a chiudersi ancora di più. Il messaggio non verbale e quindi non manifesto, agisce ad un livello più profondo. Quindi quello che state loro comunicando é che delle cose spiacevoli non si possa parlare, ma bisogna nasconderle o addirittura negarle.
Al contrario il genitore assume il ruolo di facilitatore nell’espressione delle emozioni del proprio figlio, infatti non basta dire “ Come ti senti?, “ Che cosa pensi? ”, ma occorre che egli metta in gioco le sue emozioni “ Sai, in questi giorni, sono molto preoccupato per quello che sta accadendo, a volte sono triste e vorrei che tutto finisse presto. Sono anche preoccupato per i nonni, che sono anziani, penso molto anche a te che sei chiuso in casa senza poter vedere i tuoi amici e non puoi giocare, come facevi prima”. Il genitore che si confida con il figlio crea un terreno favorevole affinché, a sua volta, il bambino si possa aprire ed esprimere le proprie preoccupazioni, paure, pensieri, dubbi.
Un altro modo per allentare la tensione è utilizzare un sano senso dell’umorismo; ridere insieme e di gusto aiuta a prendere le dovute distanze da circostanze avverse e consente di avere a lucidità necessaria per risolvere i problemi. L’umorismo, inoltre, rappresenta una risposta funzionale allo stress, perché ne riduce l’impatto negativo, attraverso la produzione delle endorfine, i nostri antidepressivi naturali!!!
Infine è importante aiutare il bambino ad avere una proiezione positiva, nel futuro, della situazione attuale. Se il bambino è molto piccolo non riuscirà a proiettarsi a lungo termine, tuttavia è importante prospettargli delle situazioni reali piacevoli: “Quando finirà tutto potrai uscire, andare al parco giochi, vedere i tuoi amici, fare un passeggiata e mangiare un bel gelato.”
In linea di massima le relazioni familiari o amicali positive, costituiscono uno spazio di ascolto e di sostegno, incoraggiano il bambino e diventano indispensabili quando si affrontano situazioni di vita particolarmente stressanti.
Come ultima osservazione, vorrei porre l’accento sul fatto che la resilienza non è un tratto immodificabile e fisso della personalità di un individuo, bensì presuppone un costante addestramento attraverso l’apprendimento di comportamenti, pensieri e atteggiamenti funzionali.
Spero di avervi fornito qualche piccolo spunto di riflessione!